Nel nome del segno di L. Filingeri

NEL NOME DEL SEGNO
OVVERO LA RICERCA DELL’INTEGRAZIONE NELLA NARRAZIONE ARTISTICA DI BERNADETTE PISANO

Primo incontro con l’opera di Bernadette Pisano, sofisticata artista di notevole spessore, profondamente impegnata nella ricerca espressiva, che coniuga rappresentazione figurativa e gestualità (“E’ la materia che mi ha portato a fare”). Pochi mesi fa, nel suo studio: forte impatto emotivo, visione onirica del mondo universale degli affetti, trama sotterranea del folto corpus delle sue opere.
Martin Kippenberger soleva dire che un artista ha meno tempo che idee. Un fiume, alla sorgente torrente ricco di forme e colori, riversati senza filtri, emozioni come vibrazioni di suoni profondi percepibili con l’udito della mente, estesi in una vasta gamma tonale: questo il mondo di Bernadette Pisano. Talora visto attraverso una nebbia colorata: un guardare intorno tra le ciglia socchiuse oggetti animati e inanimati immersi in una luce verdeazzurrina di acquario, liquida, fluttuante, promessa di una realtà più ariosa

ricercata di là dai battenti della Finestra di marzapane (2007). Flusso continuo, tanto entra tanto esce. Ogni cosa è viva e rimanda alla natura, i rami degli alberi, le braccia, l’abbraccio, anche a se stessi, nella solitudine, quasi a formare un guscio protettivo.
Discorso complesso, quello di Bernadette Pisano. Dovremo semplificarlo, creando una sorta di filo di Arianna per non perderci nel labirinto della sua debordante creatività.

Dal piacere sensoriale a modi elaborati di ricerca di significato, molteplici sono le chiavi di lettura di un’opera d’arte, ma tutte riflettono, oltre a personalità e competenze di chi le legge, anche il contesto storico in cui si inscrivono, di interazione personale col mondo tramite ricordi e fantasie al tempo stesso consce e inconsce. In altre parole, non basta l’osservazione. Inoltre, anche se il contesto storico-artistico di un’opera d’arte è importante per apprezzarla, è la nostra conoscenza di quella storia a svolgere un ruolo causale, producendo l’esperienza stessa. Ricordi, dunque memorie semantiche circa le circostanze storiche, ma anche ricordi episodici, cioè della nostra vita, compresi i nostri rapporti personali con l’arte. E poi, anche le nostre rappresentazioni mentali concorrono alla comprensione delle emozioni veicolate dall’opera. Si percepisce con corpo e mente, proprio come l’artista crea con corpo e mente.

Da questo ardito connubio, emerge, specie nelle opere più recenti, una particolare pittura dinamica, per certi versi filiazione dall’Espressionismo e per altri dalla Nuova oggettività, rivisitata con umana partecipazione, con meno freddo distacco osservativo rispetto, per intenderci, a un Otto Dix. Certi Studi del 2010-2013 riattivano grumi di angoscia de L’urlo di Munch (“ La pittura non è solo quello che è visibile all’occhio, ma include anche le immagini interne dell’anima”); la cruda denuncia di ogni forma di asservimento accomuna l’artista al tragico mondo di George Grosz.
Il nostro sarà quindi un tentativo di visitazione “dall’interno” e nello stesso tempo storica dell’opera di Bernadette Pisano, ovviamente non una lettura del mondo interno della donna Bernadette, che appartiene al suo privato, ma un seguire la vicenda evolutiva strutturale e formale dell’artista.
Quindi godimento immediato del forte impatto estetico, frutto di una particolare pregnanza dei colori, assolutamente originali dell’artista, e dell’impianto del design, radicato nel contesto storico-artistico attuale. E poi, una non facile più profonda comprensione, che richiede un approccio storico- psicologico dell’opera.
Il flusso messo in moto dall’artista, pre-veggente come tutti i veri artisti, scorre, tramite il medium colore inchiostro pennello penna carta tela cartone ceramica, guidandone la mano in maniera a lei stessa in gran parte inconsapevole. Lasciandoci trasportare, girone dopo girone, approderemo in nuovi lidi e insospettate strade di ulteriore conoscenza. Straordinario viaggio senza fine: Fatti non foste a viver come bruti, (2013).

Per rendere più accessibile il processo di conoscenza dell’opera a noi, non ispirati da Apollo, sarà utile, come quadro di riferimento, una favola dei fratelli Grimm: Hansel e Gretel. Essa ci introdurrà, attraverso il sogno dell’anima bambina, nei primigeni meandri oscuri dell’umana esistenza, vicenda universale e condivisa che ha a che fare con l’avidità orale.
Per orientarci, la nostra stella polare, meno a rischio delle briciole di pane di Hansel, sarà la Finestra di marzapane (2007), emblematicamente collocata nel mezzo del cammino (2003-2007/2008-2013), preludio all’uscita al mondo dell’autonomia (La stazione, 2009), fuori dal Paradiso terrestre materno della gratificazione orale-casetta di marzapane, che talora si rivela privazione, abbandono, solitudine e anche prigionia.
Il viaggio verso l’integrazione è faticoso, talvolta angoscioso, alcuni non raggiungono mai la meta.

Fuga dall’esca mortifera (2003-2011)

Passando attraverso seducenti ma languenti presenze, prive di linfa vitale (Natura morta, 2003,e quelle che seguiranno), sempre alla ricerca di un dialogo profondo (Alberi di Sardegna, 2004), l’artista ci introduce in un freddo falso spazio vuoto, dove una inanimata e mutila femminilità ubertosa si propone sterilmente (Immobilità, 2006), o una esibizione rutilante di pastosi colori si autocompiace di una bellezza irraggiungibile (Natura morta con bottiglia, 2006). Vicenda antropologica da molti vissuta, un tempo come oggi.
Metafora di questi esseri deprivati, il giardino che, nella sua fiduciosa innocenza (ancora l’artista mette in primo piano il bianco, colore neutro che però, in questi contesti, assume una valenza di asettico, freddo), attende la pioggia (Giardino prima della pioggia, 2006). La natura, non nutrita di calda affettività e relegata in un ambito ancora una volta di pura esibizione, non ha più nulla di accogliente: i calici sono troppo grandi su steli troppo esili, fragili anch’essi per contenere in sé alcunché, se non l’ammirazione di chi guarda (Calle, 2007): rispecchiamento che non dà nulla, se non una reciproca rassicurazione sulla propria bellezza e perfezione. E’ interessante notare che quanto l’artista ci viene mostrando con grande oggettività viene ancor più sottolineato, per contrasto, dalla tecnica di Bernadette Pisano e dallo spirito che la anima, assolutamente agli antipodi dell’esibizione, del vuoto degli affetti e del sottrarsi al dialogo. La coppia originaria si propone ancora una volta non nella sua interezza, ma ridotta a oggetti parziali (vedere la fantasia inconscia che guida l’artista nella metafora dell’aglio-femminile e dell’asparago-maschile), inscrivendosi nel cerchio delle infinite Nature morte (2007-2011) dai colori talora luttuosi (Natura morta con aglio e asparagi,2007). Oggetti parziali, confusi in rifiuti urbani informi e anonimi, non narrano nessuna vicenda in cui un vivente possa desiderare di essere inserito (Natura morta, 2007).

Così, passo dopo passo, con microvariazioni talora impercettibili, l’artista ci sta facendo avvicinare al cuore della storia: come si riuscirà ad uscire dalla fessura stretta e dalla “casetta di marzapane-corpo materno”con cui la strega cerca di attirare i bimbi-figli, voraci vittime, per poi a sua volta divorarli? Si noti come la parte in basso a destra della tenda che inquadra la Finestra di marzapane anticipi nella forma e nella funzionalità il ricciolo di Mamma (2008), nello stesso tempo racchiudendo-imprigionando una figuretta quasi invisibile che vorrebbe sgusciare non vista dai vetri socchiusi: davvero è l’inconscio che guida qui la mano di Pisano. Come troveranno Hansel e Gretel la forza di uscire dall’allettante prigione? E una volta fuori, cosa troveranno? Nuovamente rifiuto, solitudine e abbandono, dopo un illusorio primo caldo abbraccio ancora ignaro di separazione e desiderio? Non passerà molto, e l’inconscio dell’artista, continuando nel suo discorso sul travaglio universale, ci svelerà che il dolce e il bello spesso si rivelano tossici. E con ciò, siamo entrati in un’altra stagione artistica, un momento artistico importante, preludio alla fase più leggera ed aerea del lavoro.

Preludio e inizio di pacificazione (2008-2011)

Avevamo lasciato Hansel e Gretel mentre stavano escogitando la fuga. Situazione universale, chi non fugge da qualcuno o qualcosa? E per fuggire, ciascuno mette a punto le proprie strategie,. Si può chiudere ogni apertura verso l’esterno, lo sguardo fisso e vuoto rivolto all’interno, e la vita si sdipana in un’interiorità in gran parte inconscia a se stessi. Forse, suggerisce l’artista con il tocco delicatissimo del pennello, quasi intinto nell’aria, per sfuggire alla presa mortifera bisogna farsi anime (Anime, 2008). Mentre il corpo resta sulla scena, falsa presenza, l’assenza si rivela una difesa contro cattura e imprigionamento, e permette nascostamente all’anima, leggera e impalpabile, di sgusciare fuori dalla finestra, in cerca della libertà. Oppure, gradatamente, il corpo si marmorizza in colori-affetti invano agognati, e si incarna in pietre dure e forme scultoree, fredde al tocco; braccia e mani diventano inutili appendici, non c’è contatto.
Per converso, ma niente sostanzialmente cambia, su morbidi caldi cuscini agonizzano frutti marcescenti, fiori crudelmente recisi e calici pieni di improbabili liquidi, nell’abbandono e nella solitudine più totali (Natura morta, 2008). Il corpo affamato, quasi privo di vita, è un burattino, proiezione adulta di Hansel, che non è riuscito a sfuggire alla voracità della strega (Sfiducia, 2008), le cui dolci offerte di luminosa rosea glassa (Natura morta, 2009) si riveleranno altrettante trappole. La luce fioca di una candela presto sarà spenta. Nel buio e nella solitudine (Ombra1 e Ombra2, 2009) riemergono vecchi fantasmi di imprigionamento, costrizione, separazione, vuoto senza appiglio (i mobili squadrati, pieni di spigoli, mani che giganteggiano come pinze adunche, da rendere inerti e quindi impotenti. Un contatto mortifero, meccanico, freddo e implacabile). Pertanto il corpo va alienato, chiuso e protetto (La giapponese, 2009), insondabile, sconosciuto, incomunicabile. L’ombra avvolge ogni cosa, tra poco sarà buio, e maggiore l’angoscia. Solo lo straniero (Lo spagnolo, 2009; e poi Marocchino, 2010), aprendo uno squarcio sull’immaginario, appare portatore di possibilità di calde relazioni, proprio in quanto appartenente a “un mondo altro”, estraneo e separato da quello domestico. Immaginario quasi rubato, come durante un sonno (Nudo, 2009), senza che l’altro -l’esterno, l’estraneo- ne abbia consapevolezza.

A questo punto, partire diventa un imperativo categorico. La stazione (2009) segna un momento fondamentale di passaggio verso l’individuazione del Sé: una volta usciti dalla Finestra, e acquisiti strumenti di conoscenza, le viaggiatrici, con la sola snella valigia che li contiene, sono pronte a intraprendere il viaggio. L’opera incarna anche stilisticamente un momento fondante nel percorso artistico di Bernadette Pisano, con un taglio assolutamente originale dell’inquadratura e i colori essenziali basici che ritroveremo nelle opere più recenti.
L’impatto in solitudine con l’esterno è duro. Fredda natura spoglia, vuoto scandito dai fili rigidi della luce, nessuna possibilità di nido accogliente e sicuro, solo le penne, per mimetizzarsi in foglia secca perché l’ultimo colpo dell’ultimo cacciatore non colga, inermi (Passero solitario, 2010). Ci si dovrà rinchiudere ancora una volta in anonime celle squadrate e farsi di nuovo manichini mutili e senza vita (Riquadri, 2010)?

Ed ecco La donna pesce (2010), chissà dov’è la sua anima, lasciato lì disteso il corpo segnale di falsa presenza, naviga immersa nel liquido acquario, luce verdeazzurra di un sogno; il capezzolo illusoriamente vivo fiorisce sterile su un seno marmoreo. L’anima può solo sognare (vedi la stupenda serie onirica delle Venezie, 2010), ma non osa mostrare altrimenti che con una tonalità affettiva marmorizzata del colore il proprio mondo interno (Autoritratto1 e 2, 2010). Caldi riverberi della luminosità della natura illuminano sguardi spenti alla vita, come fiori recisi pregni di tramonto illudono su un’interiorità che non si svela, e forse è già stata inghiottita dal buio eterno (Natura morta, 2011). Paradossalmente il cimitero (Cimiteri, 2011) diviene il luogo, l’unico possibile, per sfuggire agli abbracci mortiferi, e se dapprima evoca gli strazi e le ferite dell’anima, poi tutto viene trasformato nell’esatto contrario, e gli affetti, un po’ maniacali, emergono prepotentemente veicolati da colori decisi, ben lontani dai rosa, gli azzurri, i verdini che esprimono gli aspetti più peculiari della spiritualità dell’artista. La natura accoglie e pacifica l’anima errante, quasi preludio alla Crocifissione del 2013.

Riflessione. Seguendo la corrente. Pacificazione (2012-2013)

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A partenza dal 2012, cadute le ultime barriere difensive sotto la piena degli affetti, il flusso dell’emotività abbandona il suo percorso carsico e comincia a scorrere liberamente mostrandosi in superficie.
Allora l’artista si ferma sulle sue sponde e riflette.
Cerca e trova un contenimento nel segno grafico, quasi calligrafico, nel senso di grafia personale, che sgorga da dentro, non appresa, pertanto rispecchia ciò che si è, e non più ineludibili echi di incontri fatti lungo il cammino della formazione. La ricerca assume la consistenza di una disciplina quasi monastica di autocontenimento. Le figure risaltano contornate di nero o di bianco, summa di ogni colore: ”E’ la materia che mi porta, il segno grafico, figura, corpo, mi rende libera, cifra mia personale che è dentro di me.” Nel ridurre, è la funzione sintetica dell’Io che si afferma prepotentemente e domina le ultime opere che rappresentano un frutto più maturo della ricerca di Bernadette Pisano.
Il segno è diventato il colore nel senso della liberazione emotiva interna, che si traduce anche in una leggerezza del medium, non più pastoso olio, ma inchiostro, gessetto, tempera, acquarello. L’emotività può esprimersi con quello, come con una poesia o una nota, è un grande arricchimento, una conquistata libertà interiore. Non si è più sopraffatti, tutto è più modulato, ci si può alzare, rispecchiare, dialogare, ma senza legami costrittivi: il corpo risorge, libero, vestito di tinte leggere come l’aria (Studio 06, 2012), si respira a pieni polmoni l’ossigeno della libertà (Ragazzo col cappello di paglia, 2012), fino al vertice del tripudio liberatorio di forme e colori dello Studio per installazione 11 (2012). Apriti Sesamo! E la Caverna dei 40 ladroni, coi suoi tesori che con l’opulenza dei loro colori cantano un inno alla vita, una volta acquisita la formula magica per accedervi, offre ai nostri occhi pieni di meraviglia una ricchezza accumulata nel tempo, chi l’avrebbe mai immaginato?
La prima immagine, il pavone, ci introduce in questo segmento, fresco, spontaneo e nello stesso tempo sfaccettato e continuamente da scoprire, del percorso artistico di Bernadette Pisano, che si presenta sotto il segno di una eccezionale fertilità solare (Studi per installazione, 01, 2012). Ecco dispiegarsi in tutta la sua bellezza il Fico d’India, frutto eterno che sopravvive in condizioni di deprivazione estreme nei terreni più aridi, per poi esplodere nello splendore delle sue gemme rosse, dei gialli, degli arancioni, dei verdi ( Studi per installazione, 02, 05, 06, 08, 11. 2012). Si tratta di un gruppo di opere emotivamente assai vibranti, in cui una percepibile affettività scorre dall’osservatore all’opera e viceversa.

Le opere del 2013 finora realizzate sembrano segnare un arresto (o dovremmo considerarla un’evoluzione?) rispetto al flutto scintillante e brioso che ha caratterizzato la produzione del’artista nei mesi precedenti.
Ma nessun percorso naturale è lineare, si va avanti ma poi si può tornare indietro, e poi prendere ancora un’altra strada, magari secondaria e quasi nascosta rispetto a quella fino a un momento prima seguita, e tutto questo, se sappiamo leggerlo in profondità, ha una sua coerenza, se non è frutto di una forzatura, e può avvenire che lo comprendiamo molto più tardi, proprio come le linee dei Nazca sono leggibili solo se viste a una notevole distanza, dall’alto, mentre ce ne sfugge il mirabile disegno e il significato complessivo se guardiamo solo ai nostri piedi, terra polverosa calpestata da migliaia di pellegrini e cosparsa di ciottoli apparentemente insignificanti.
L’uomo bonario del Ritratto,2013 sembra allontanarsi lentamente, portando via con sé la magia dei vibranti colori degli Studi per installazioni. L’artista vive un ripiegamento su se stessa (Studio 16) passando attraverso una delicatissima Crocifissione, il volto del Cristo appena sfiorato dalla corona di spine, anima pacificata tra evanescenti anime che rendono più umano il vuoto intorno, abitato solo da alberi stecchiti, ricordo di un morto tempo passato, mentre aleggiano quelli che l’artista chiama i suoi colori della spiritualità, i rosa e gli azzurri che cancellano il sangue versato e lo strazio di una morte innocente. L’anima risorge, vive, è viva e impregna di sé le ultime vestigia di morte, tradimento, solitudine, abbandono, angoscia. Non è più necessario proclamarlo ad alta voce, farlo debordare, come nelle opere immediatamente precedenti. Pacificati, con la fluidificazione stessa del medium più corposo, l’olio, anche i volti dei Due mondi a parte (2013). Il vuoto pastellato dietro la donna introduce spazi fino a poco tempo prima impensabili, quasi radiosi, in cui l’artista pare riappropriarsi dell’aria, che entra carezzevole e fresca, definendo lo spazio nel momento stesso in cui lo riempie di un nulla impalpabile, in cui l’anima, finalmente libera e pacificata, gode.

Licia Filingeri, Genova, 18 giugno 2013